Il futuro che fu
ASPETTI BIOLOGICI DELL’INQUINAMENTO DA PETROLIO
International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
2nd Floor, Monmouth House, 87–93 Westbourne Grove, London W2 4UL
Telefono: +44 (0)20 7221 2026 Facsimile: +44 (0)20 7229 4948
© IPIECA 1991.
Unità Sicurezza sul Lavoro, Qualità e Protezione dell’Ambiente, ENI Roma.
---------------------- FACSIMILE---------------------
Questo è il primo di una nuova serie di rapporti commissionati dall’IPIECA (International Petroleum
Industry Environmental Conservation Association). L’intera serie di rapporti costituirà il contributo
collettivo dei membri IPIECA al dibattito mondiale sullo stato di preparazione e sulla capacità di
intervento in caso di sversamenti in mare, avviato a seguito dei gravi casi di sversamenti petroliferi
avvenuti negli anni 1989/90.
Nel preparare questi rapporti—che riportano l’opinione condivisa da tutti i membri—l‘IPIECA si
è basata su una serie di principi che ogni organizzazione impegnata nel trasporto di prodotti
petroliferi via mare dovrebbe prendere in considerazione nel gestire le operazioni relative al trasporto,
alla movimentazione ed allo stoccaggio di petrolio e di prodotti petroliferi:
G E’ estremamente importante concentrare gli sforzi sulla prevenzione degli sversamenti.
G Nonostante tutti gli sforzi intrapresi dalle singole organizzazioni, gli sversamenti
continueranno a verificarsi con un impatto sull’ambiente locale.
G Gli interventi previsti in caso di sversamenti accidentali dovrebbero cercare di ridurre al
minimo la gravità del danno ambientale e di accelerare il ripristino ambientale di ogni
ecosistema danneggiato.
G Gli interventi pianificati dovrebbero sempre cercare, nella misura più ampia possibile, di
integrare e di utilizzare le capacità naturali di recupero.
In pratica è necessario che le procedure operative per il trasporto, la movimentazione e lo
stoccaggio di petrolio e di prodotti petroliferi tengano ben presenti idonee misure preventive per
evitare gli sversamenti. Ferma restando l’inevitabilità di futuri sversamenti, i responsabili dovrebbero
attribuire un elevato grado di priorità all’elaborazione di piani di emergenza che potranno garantire
interventi tempestivi al fine di attenuare le conseguenze di eventuali sversamenti. Questi piani
dovrebbero essere sufficientemente flessibili per fornire una risposta adeguata alla natura
dell’operazione, all’entità dello sversamento, alle caratteristiche geografiche e climatiche locali. Le
risorse umane destinate a tale risposta dovrebbero essere sempre pronte ad intervenire con mezzi
efficaci e mantenuti ad alto livello di efficienza. Sono necessarie esercitazioni per addestrare il
personale in tutte le tecniche di gestione dell’emergenza e di intervento, e per collaudare i piani di
emergenza i quali devono essere il risultato di una collaborazione tra tecnici del settore pubblico e privato.
E’ opportuno riconoscere l’efficacia potenziale degli accordi di cooperazione e di joint venture tra
compagnie petrolifere e imprese appaltatrici per quanto concerne la realizzazione di interventi in caso
di sversamenti accidentali di petrolio. Si raccomandano revisioni e verifiche periodiche di tali accordi
al fine di mantenere un elevato livello di capacità di efficienza operative.
Una stretta cooperazione tra l’Industria e la Pubblica Amministrazione nella pianificazione delle
emergenze garantirà il massimo livello di coordinamento e di intesa tra i piani di emergenza industriali
e pubblici. Questa forma di cooperazione dovrebbe riguardare anche il sostegno delle misure di
conservazione ambientale adottate dalla Pubblica Amministrazione nelle aree di attività industriali.
Considerando che la popolazione ed i mezzi di informazione sono direttamente interessati allo
svolgimento delle attività petrolifere industriali, in modo particolare in relazione agli sversamenti di
petrolio, è importante mantenere un rapporto di collaborazione costruttivo con i media e con il
pubblico per diminuire i loro timori e per rassicurarli che la risposta ad eventuali incidenti sarà
immediata e, per quanto possibile, completa nei limiti delle nostre capacità di intervento.
Inoltre, è importante che gli interventi di ripristino vengano attuati con tecniche, comprese quelle
per lo smaltimento dei rifiuti, che minimizzino il danno sia all’ecosistema sia alle bellezze naturali in
genere. A questo riguardo, un fondamentale contributo è dato da un impegno finanziario sempre
crescente nei confronti della ricerca scientifica applicata ai metodi di prevenzione, contenimento e
mitigazione in caso di sversamento di petrolio.
SOMMARIO
PREFAZIONE
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3
Gli sversamenti di petrolio continuano a fare notizia sulle prime pagine dei
giornali. Lo shock dovuto all’impatto iniziale ed alla confusione conseguenti ad
uno sversamento giustifica la preoccupazione della popolazione verso l’entità del
danno e le possibilità di porgli rimedio. In realtà, chiunque si venga a trovare ad
agire in occasione di uno sversamento avrà a disposizione una casistica di incidenti
ed una serie di informazioni sperimentali che sono state raccolte a partire dal caso
della Torrey Canyon del 1967.
Lo scopo di queste note informative consiste nel riassumere le conoscenze emerse
dalle esperienze passate sugli effetti biologici a breve e lungo termine
dell’inquinamento da petrolio. Con esse si intende fornire un ausilio a coloro che si
trovano ad affrontare problemi legati alla valutazione dei danni, alla previsione
delle eventuali conseguenze a lungo termine o alle operazioni di decontaminazione.
Avendo scelto una prospettiva globale, si presentano esempi di ambienti tropicali,
temperati e freddi. All’ambiente marino è dedicata la maggiore attenzione, ma
viene fatto qualche riferimento anche ad altri ambienti. Sono fornite
raccomandazioni per ulteriori letture, costituite da libri o raccolte di articoli, a loro
volta corredati di dettagliati riferimenti bibliografici.
Jenifer M Baker
INTRODUZIONE
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L’impatto iniziale può essere minimo (ad esempio, a seguito di uno sversamento in
mare aperto) oppure provocare la morte di ogni forma vivente di una particolare
comunità biologica. Un’area umida a mangrovie che sia stata invasa da petrolio
greggio, con la conseguente morte degli alberi di mangrovie e della fauna associata,
può costituire un quadro particolarmente desolante.
I tempi di ripristino a seguito di uno sversamento possono variare da pochi giorni a
più di 10 anni. Non esiste una correlazione precisa tra l’entità di uno sversamento e
l’estensione del danno, in quanto numerosi altri fattori influenzano il grado del
danno ed i tempi di ripristino.
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DANNO DA INQUINAMENTO
PETROLIFERO ED ASPETTI BIOLOGICI
Golfo di Guinea
0
2
km
Nord
villaggio di pescatori
spiaggia sabbiosa
A destra: Dettaglio del vasto ecosistema a
mangrovie rappresentato dal Delta del Niger.
L’intricato sistema idrografico funziona da
trappola per il petrolio, con conseguenze
potenzialmente gravi per gli alberi di
mangrovie.
A destra: Questo è quanto rimane di una
foresta di mangrovie che è stata completamente
distrutta dal petrolio.
Accanto: Ricoperte dal petrolio, queste ostriche
fissate alle radici delle mangrovie stanno
morendo.
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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L’IMPORTANZA DELLE ZONE UMIDE E
DELLE ACQUE BASSE COSTIERE
In basso a sinistra: Ostriche su mangrovie
nell’Africa occidentale.
In basso al centro: Alghe e fucus, Irlanda.
In basso a destra: Trappola per pesci prospiciente
le mangrovie indonesiane.
A sinistra: Catena trofica in un tipico estuario.
La World Conservation Strategy (IUCN/UNEP/WWF 1980) ha indicato
all’attenzione generale l’importanza delle zone umide e delle acque basse costiere
verso le quali si possono dirigere le macchie di petrolio. Queste aree—soprattutto
estuari ed aree umide a mangrovie—assicurano cibo e rifugio sia ad uccelli acquatici
sia a pesci, crostacei e molluschi che rappresentano circa i due terzi della produzione
ittica mondiale. In alcune di queste aree si svolgono le attività di pesca più
remunerative del mondo, ad esempio quella che riguarda i gamberi. Anche le
praterie di alghe agiscono come zone di rifugio per gli stadi giovanili e come fonte di
risorse nutritive per specie di pesci economicamente importanti. Gli ecosistemi
corallini sono di vitale importanza, anche se più a livello locale, formando un habitat
per i pesci dai quali dipendono molte comunità rivierasche di paesi in via di sviluppo.
invertebrati
terrestri
erbivori
invertebrati
terrestri
predatori
uccelli
pesci
invertebrati
acquatici
predatori
organismi
detritivori
microfauna
bentonica
detriti
organici
e batteri
consumatori di
particelle in
sospensione
zooplanctonti
predatori
zooplanctonti
erbivori
fitoplancton
alghe bentoniche
vegetazione dotata di
apparato radicale
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Tipo di petrolio
I greggi ed i prodotti petroliferi differiscono notevolmente per la loro tossicità.
Esperimenti condotti su piante ed animali hanno dimostrato che effetti tossici gravi
sono associati a composti a basso punto di ebollizione, in particolare agli aromatici. Il
più grave danno tossico è causato da sversamenti di greggio leggero, specialmente se
confinato in una piccola area. Sversamenti di greggio pesante, come alcuni greggi e
prodotti combustibili Bunker C, possono ricoprire tratti di spiaggia e uccidere gli
organismi presenti per soffocamento (un effetto fisico) piuttosto che per effetti tossici acuti.
La tossicità del petrolio si riduce in funzione del suo tempo di permanenza in
mare. Infatti, uno sversamento di greggio che raggiunge una spiaggia rapidamente sarà
più tossico per la vita costiera di un altro, soggetto all’azione degli agenti fisici in mare
per diversi giorni prima di arenarsi. Il petrolio sversato dalla Exxon Valdez in Alaska si
era alterato in mare prima di arrivare sulla maggior parte delle spiagge. Nella foto in
alto, alcune piante di segale sulla spiaggia del Prince William Sound sopravvivono in
presenza di petrolio residuo, a dimostrazione della sua bassa tossicità. Talvolta, come
negli esperimenti riportati nella pagina successiva, greggi pesanti e degradati dalla
permanenza in mare hanno addirittura stimolato la crescita delle piante.
Quantità di petrolio
Se il quantitativo di petrolio sversato è elevato, la penetrazione entro i sedimenti può
aumentare: cresce in questo caso la possibilità che le masse oleose, aggregando pietrisco
e ghiaia nel processo di solidificazione, formino strati duri persistenti. Questi pavimenti
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FATTORI CHE CONDIZIONANO
L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
A destra: Effetto erbicida di un prodotto
raffinato leggero sversato in un canale.
Sopra: Piante di segale che seguitano a crescere
in presenza di greggio residuo, rimasto a lungo
in mare (Prince William Sound, Alaska).
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
asfaltici, aventi in genere spessore di 5–10 cm ed ampiezza di 1–30 m, permangono più
a lungo sulla zona di retrospiaggia ove possono costituire una barriera fisica che ostacola
la ricolonizzazione di piante e arbusti. Dopo uno sversamento, la rimozione in massa
del petrolio effettuata da squadre di intervento può accelerare in alcuni casi il
ripristino, riducendo l’effetto di soffocamento delle specie biologiche e la possibilità di
formazione di pavimenti asfaltici. Un interessante confronto è dato dagli incidenti della
Metula e della Exxon Valdez. In entrambi i casi si trattava di sversamenti di petrolio
greggio in ambienti di acque fredde, rispettivamente lo Stretto di Magellano e il Prince
William Sound. Nei due casi, grandi quantità di petrolio (particolarmente in forma di
aggregati viscosi ‘mousse’) hanno raggiunto zone costiere di vario tipo. Non c’è stato
intervento di rimozione nel caso della Metula, mentre nell’incidente della Exxon
Valdez è stata messa in atto una massiccia operazione di bonifica. Nello Stretto di
Magellano, agglomerati di petrolio, sabbia, ghiaia e ciottoli (‘moussecrete’) si sono
solidificati formando pavimenti asfaltici che raggiungevano eccezionalmente i 400 m di
larghezza. Col tempo questi strati sono stati gradualmente erosi, ma alcuni residui
sono ancora presenti a 16 anni dallo sversamento. Nel Prince William Sound e nel
Golfo di Alaska è stata evitata quasi completamente la formazione di questi pavimenti
asfaltici.
Fattori geomorfologici
In mare aperto è più facile che lo strato di petrolio si disperda; per questa ragione,
alcuni grandi sversamenti (la petroliera Argo Merchant e l’eruzione della piattaforma
offshore Ekofisk Bravo) hanno provocato un danno ecologico limitato. A ridosso della
costa, il danno può rivelarsi più pronunciato in acque basse di baie ed insenature
protette, dove la concentrazione di petrolio nell’acqua può raggiungere livelli
maggiori rispetto al mare aperto. Lo stesso discorso vale per i laghi interni e per alcuni
sistemi fluviali.
Altezza media dei germogli di Spartina (cm)
altezza dei germogli (cm)
controlli
corexit 7664
LWFC
HWFC
mousse
LWFC: ‘lightly-weathered’ forties crude (greggio forties ‘leggermente degradato’)
HWFC: ‘heavily weathered’ flotta crude (greggio flotta ‘fortemente degradato’)
trattamenti (doppi appezzamenti)
60
50
40
30
20
10
0
A sinistra: Effetti di trattamenti sperimentali
con greggio e con disperdente sulla crescita dei
germogli di piante comuni di paludi salmastre
(Spartina anglica). Le misure riportate sono
state effettuate 4 mesi dopo il trattamento. Un
greggio Forties ‘leggermente degradato’
(distillato fino alla completa eliminazione dei
dodecani) ha fatto morire la maggior parte dei
germogli. Un greggio Flotta (residuo di
raffineria, n-C = 20+) ‘fortemente degradato’
ne ha stimolato la crescita. Una mousse
(proveniente dallo sversamento della Christos
Bitas) ha fatto registrare risultati variabili di
stimolazione della crescita. Il disperdente
Corexit 7664 diluito non ha influenzato la
crescita.
Sotto: Masse di petrolio, spesso incorporanti
pietrisco e ghiaia, solidificano formando
pavimenti asfaltici persistenti.
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Il petrolio che raggiunge le coste può subire destini variabili e
provocare una serie di effetti. Questi sono condizionati da due
importanti fattori: il livello di energia della costa (grado di
esposizione all’energia del moto ondoso) ed il tipo di substrato. Su
coste rocciose esposte, gli effetti dannosi nei confronti delle forme
di vita costiera tendono ad essere minimi ed i tempi di ripristino
brevi, poiché il petrolio non aderisce facilmente su questo tipo di
superficie. Qualora ciò in parte si verificasse, il petrolio verrebbe
rapidamente rimosso dalla vigorosa azione delle onde. Più le coste
rocciose sono riparate, più aumenta la persistenza del petrolio.
Elevata persistenza si ha anche sulle biomasse algali, dove è
probabile l’intrappolamento del petrolio. Le aree litorali più
riparate sono in genere quelle con sedimenti sabbiosi, oppure con
battigia fangosa: tra di esse vi sono le paludi costiere e, nei tropici,
le aree umide a mangrovie. Tali zone possiedono un’alta
produttività biologica ma rappresentano anche le peggiori
trappole per il petrolio e per questo motivo sono oggetto di
particolare attenzione quando avviene uno sversamento.
La correlazione generale tra il livello di energia della costa ed
i tempi di ripristino biologico è evidenziata nella figura della
pagina successiva, che riporta i dati tratti da una serie di rapporti
scientifici. I tempi di ripristino tendono ad allungarsi per le aree più
riparate a causa della persistenza del petrolio, ma la correlazione non è sempre diretta in
quanto sono presenti altre variabili (come, ad esempio, il tipo di petrolio). Se il petrolio
penetra nel substrato, il tempo di persistenza verosimilmente tende ad aumentare.
L’intensità del processo di infiltrazione è da mettere in relazione con il tipo di substrato.
Le coste caratterizzate da un livello di energia superiore a certi valori e da una elevata
porosità per la presenza di sabbia, ghiaia e pietrisco sono permeabili e il petrolio vi penetra
con una certa facilità. Se poi il petrolio viene adsorbito sulle superfici dei granuli nel
sottosuolo, e diventa più viscoso a causa della alterazione, può persistere nel sedimento
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Sopra: Acque basse produttive, Giava.
A destra: Foresta pluviale, Amazzonia.
LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
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per molti anni. Per contro, il petrolio penetra facilmente negli strati compatti di sabbia
fine satura di acqua o nel fango e tende ad essere dilavato per azione del moto ondoso e
delle maree. Tuttavia, il comportamento del petrolio può essere molto diverso nel caso di
spiagge sabbiose riparate o di coste fangose ad alta produttività biologica. Le tane ed i
cunicoli creati da vermi, molluschi e crostacei, i fusti e le radici delle piante di palude
costituiscono le vie di penetrazione del petrolio. In condizioni normali, questi passaggi
consentono l’ingresso di ossigeno nei sedimenti, i quali altrimenti risulterebbero
anaerobici. Quando il petrolio si arena sulle spiagge può penetrare sotto la superficie e
provocare la morte degli organismi che normalmente creano i passaggi. Questi allora
collassano e le tane si riempiono dall’alto di sedimenti, se non vengono utilizzate.
Pertanto il petrolio risulta intrappolato in sedimenti anaerobici, dove la sua velocità di
degradazione sarà molto lenta, e gli organismi che tentano di ricolonizzare vengono a
contatto con idrocarburi tossici. In queste condizioni, vengono favorite specie
A sinistra: Dilavamento naturale su una costa
rocciosa con moderata esposizione. L’intervallo
di tempo tra le due foto è di 4 anni.
In alto: Bioturbazioni nei primi strati di
sedimento.
Sopra: Penetrazione di petrolio lungo vie create
da fusti e radici di piante di palude.
A sinistra: Il ripristino biologico dipende
dall’esposizione all’energia delle onde, ma
hanno influenza anche altre variabili, come il
tipo di petrolio.
Tempi di ripristino del bentos litorale
tempo di ripristino (anni)
riparato
parzialmente riparato
parzialmente esposto
esposto
esposizione crescente all’energia del moto ondoso
12
10
8
6
4
2
0
casi di ripristino in corso
casi di ripristino quasi totale o completo
FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
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LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
Condizioni atmosferiche e variazioni stagionali
Le elevate temperature e la velocità del vento favoriscono l’evaporazione, che
determina una riduzione della tossicità del petrolio che rimane sull’acqua. La
temperatura influenza la viscosità del petrolio (e quindi la tendenza sia alla dispersione
sia alla penetrazione nei sedimenti). La temperatura, insieme con l’apporto di ossigeno
e di sostanze nutrienti, determina il ritmo di degradazione microbica che rappresenta
il destino ultimo del petrolio nell’ambiente. Nelle stagioni di riproduzione, uccelli o
mammiferi possono riunirsi in colonie o branchi, ed i pesci possono deporre e
fecondare le uova in acque basse costiere. Nei mesi invernali, grandi gruppi di
trampolieri migratori cercano il cibo negli estuari. Uno sversamento invernale di
petrolio in una palude salmastra può ridurre la germinazione primaverile dei semi.
Una marcata riduzione della fioritura può verificarsi se le piante vengono contaminate
dal petrolio nel periodo dello sviluppo delle gemme; anche in presenza di una buona
ripresa vegetativa, si avrebbe per quell’anno una minore produzione di semi.
Fattori biologici
Specie viventi diverse hanno differente sensibilità. Per esempio, molte alghe
marine sono abbastanza resistenti, probabilmente a causa del loro rivestimento
mucillaginoso e dell’azione di ripulitura delle maree. Al contrario, gli alberi di
mangrovia sono molto sensibili all’azione del petrolio. Di seguito sono riportate
osservazioni relative ai principali gruppi di piante e di animali.
Mammiferi
Balene, delfini, foche e leoni di mare sono raramente coinvolti
nei casi di sversamento di petrolio. Le lontre marine sono più
vulnerabili a causa delle loro abitudini di vita e della struttura
della loro pelliccia.
Uccelli
Gli uccelli che utilizzano l’interfaccia acqua-aria sono a rischio, in
particolare le strolaghe e le alche. Gli uccelli molto contaminati
dal petrolio normalmente non sopravvivono. Per il loro
risanamento sono necessarie esperienza specialistica e
attrezzature adeguate; i tentativi fatti da dilettanti possono
danneggiare maggiormente gli uccelli.
Il ripopolamento dipende o dall’esistenza di una riserva di
giovani esemplari, sessualmente maturi ma non ancora
accoppiati (es., urie) o da alti ritmi riproduttivi (es., anatre). Finora
non c’è evidenza che uno sversamento di petrolio abbia
danneggiato in modo permanente una popolazione di uccelli
marini ma, in circostanze eccezionali, popolazioni di specie a
distribuzione molto locale potrebbero risultare a rischio.
Gruppo
Osservazioni
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Pesci
Uova e larve in baie riparate e poco profonde possono subire
un’elevata mortalità al di sotto di strati di petrolio, soprattutto se si usano
disperdenti. I pesci adulti tendono ad allontanarsi dal petrolio. Finora
non esistono evidenze che qualche sversamento di petrolio abbia
danneggiato in modo significativo popolazioni di pesci adulti in mare
aperto. Persino nei casi in cui sono morte molte larve, non si sono avute
ripercussioni sulle popolazioni adulte, forse perché gli esemplari
sopravvissuti hanno avuto un vantaggio competitivo (maggiore quantità
di cibo e minore vulnerabilità nei confronti dei predatori). I pesci che si
trovano all’interno di vasche di allevamento ittico possono venire uccisi
o comunque diventare invendibili perché inquinati.
Invertebrati
Tra gli invertebrati sono da includere molluschi, crostacei, policheti,
ricci di mare e coralli. Tutti questi gruppi possono risentire di gravi
conseguenze se sono contaminati da petrolio greggio non degradato.
Per contro, è abbastanza comune vedere cirripedi, chiocciole di mare
e patelle che vivono sulle rocce in presenza di petrolio residuo
degradato dagli agenti fisici.
Organismi
In mare aperto non sono stati osservati gravi effetti sul plancton. Ciò è
dovuto probabilmente al ritmo elevato di riproduzione ed
all’immigrazione da zone esterne a quella inquinata che bilanciano
l’iniziale riduzione numerica causata dal petrolio.
Alghe
Il petrolio non aderisce molto alle alghe a causa del loro rivestimento
mucillaginoso. Quando il petrolio aderisce alle alghe asciutte sulla
riva, il sovraccarico le rende soggette a rottura per azione delle
onde. Le aree interessate da variazioni di marea sono di solito
ricolonizzate immediatamente dalle alghe, non appena il petrolio è
stato significativamente rimosso. Molte alghe hanno un’importanza
economica sia diretta in quanto risorse alimentari sia indiretta per i
prodotti derivati come l’agar. Le alghe coltivate a questo fine
perdono il loro valore commerciale se vengono contaminate.
Piante
Alcune specie di piante di palude sono più sensibili di altre al petrolio.
di palude
Le piante perenni, provviste di robuste radici e fusti sotterranei,
tendono ad essere più resistenti al petrolio rispetto alle piante annuali
caratterizzate da corte radici. Se tuttavia muoiono le piante perenni,
come l’erba Spartina, è probabile che le prime piante a ricolonizzare
l’area siano le annuali, come la Salicornia. Questo avviene in quanto
le piante annuali producono un gran numero di semi dispersi
regolarmente dalle maree.
Mangrovie
Il termine ‘mangrovie’ si riferisce a numerose specie di alberi e di
cespugli. Queste piante sono caratterizzate da una grande varietà di
forme di ‘radici respiratorie’ aeree (‘pneumatofori‘) che consentono loro
di vivere nel fango fine e poco ossigenato. Sono molto sensibili al
petrolio, soprattutto perché la pellicola di petrolio che va a ricoprire le radici
aeree inibisce l’apporto di ossigeno al sistema di radici sotterranee.
Sopra: I cirripedi e le patelle sono gli
invertebrati maggiormente presenti sulle coste
rocciose. Se muoiono a causa di uno sversamento,
il ripristino della comunità dipende dall’entità
dell’insediamento di stadi giovanili planctonici
sui substrati duri. Un’adeguata riduzione della
quantità e della tossicità dei residui di petrolio
determina il successo della ricolonizzazione.
Sopra: Mangrovie Avicennia morenti con gli
pneumatofori (radici respiratorie) ricoperti di
petrolio. Sotto: Particolare del sistema a
pneumatofori, con radici sotterranee orizzontali
e radici aeree verticali.
FATTORI CHE CONDIZIONANO L’IMPATTO ED IL RIPRISTINO
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LINEE GUIDA IPIECA SULLA GESTIONE DELLA PREPARAZIONE E DELL’INTERVENTO IN CASO DI SVERSAMENTO DI PETROLIO
Operazioni di bonifica
Le tecniche di bonifica possono avere anche effetti dannosi ed è necessario consi–
derare l’ordine di priorità dei vari interessi biologici.
La rimozione fisica del petrolio dalla superficie dell’acqua riduce il danno
complessivo, diminuendo la minaccia nei confronti di uccelli e mammiferi. Anche la
bonifica di spesse masse di petrolio sulle spiagge può ridurre il danno, eliminando la
minaccia alla vita selvatica, riducendo la presenza di petrolio galleggiante in grado di
migrare altrove ed evitando la formazione di pavimenti asfaltici.
La rimozione di residui di petrolio, anche sotto forma di incrostazioni
degradate assorbite nei sedimenti, è più controversa. Da un punto di vista
biologico, ‘se il ripristino naturale è in atto’, cercare di eliminare tali residui,
creando ulteriore disturbo all’ambiente, non appare vantaggioso. Tale rimozione
può essere giustificata qualora il petrolio assorbito impedisca il ripristino naturale.
Nei casi in cui si decida di ricorrere all’uso di disperdenti, sono da valutare
preliminarmente le conseguenze di tipo biologico. I disperdenti possono
frammentare uno strato galleggiante, riducendo in tal modo la minaccia per gli
uccelli ed i mammiferi, ma in questo caso le particelle di petrolio si disperdono
negli strati d’acqua sottostanti. In acque profonde e aperte, questo petrolio viene
rapidamente diluito, ma nelle acque poco profonde esso costituisce una minaccia
maggiore per plancton, uova di pesci e larve. Per questo motivo, l’uso dei
disperdenti deve essere vietato in alcune aree, in certi periodi dell’anno.
La bonifica e gli interventi di ripristino possono essere molto utili,
particolarmente nelle paludi e nelle foreste di mangrovie. In entrambi i casi,
esistono esempi positivi di programmi di riforestazione, intrapresi dopo la
rimozione in massa del petrolio o quando la tossicità del petrolio si è esaurita
attraverso la degradazione naturale.
A destra: Riforestazione di mangrovie.
Sopra: Una sezione di sedimento proveniente
da palude salmastra del Galles. Uno strato di
olio combustibile pesante è stato ricoperto da
nuovi sedimenti nel corso di un periodo di 14
anni. La crescita di giunchi di mare, che si sono
sviluppati attraverso lo strato di olio, ha ben
ripristinato la vegetazione della palude. In
questo caso sarebbe stato meglio o peggio
rimuovere il petrolio?
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Il ripristino biologico, ovvero il ritorno di condizioni di ‘normalità’ dopo uno
sversamento di petrolio, può assumere diversi significati. La più recente
definizione, secondo Clark, è la seguente:
Il ripristino ambientale consiste nel ristabilimento di una sana comunità biologica,
nella quale sono presenti e interagiscono normalmente piante e animali tipici di
quella comunità.
Su questa definizione si possono fare due importanti osservazioni. Primo, la
ristabilita sana comunità può non avere esattamente la stessa composizione e
struttura di quella esistente prima del danno. Secondo, è impossibile dire se un
ecosistema ripristinato dopo uno sversamento di petrolio sia lo stesso o sia diverso
da quello che sarebbe stato se non fosse avvenuto lo sversamento. Entrambe queste
osservazioni originano dal fatto che gli ecosistemi sono in uno stato naturalmente
dinamico.
CHE COS’E’ IL RIPRISTINO ?
A lato: Entrambe le fotografie riprendono
foreste di mangrovie sane, dominate dalle stesse
specie. Quella a sinistra presenta molti alberi
giovani, probabilmente di età fra 5 e 15 anni.
In quella a destra sono presenti alberi più
maturi (alcuni di altezza superiore ai 30
metri). E’ difficile stimarne l’età, ma nel
contesto del discorso è sufficiente dire un
centinaio di anni. Un grave sversamento di
greggio probabilmente causerebbe la morte di
tutti gli alberi, a prescindere dalla loro età. In
entrambi i casi, il processo di ripristino potrebbe
iniziare dopo circa un anno, quando la
degradazione del petrolio nei sedimenti ha
raggiunto un punto tale in cui la residua
tossicità non inibisce la crescita delle pianticelle.
La struttura della giovane foresta si potrebbe
quindi ristabilire in circa 15 anni, ma ne
occorrerebbero 100 per ricostituire quella della
vecchia foresta. Nell’ultimo caso il tempo di
ripristino sarebbe di 100 anni, se per ripristino
si intende un ritorno della struttura alle
condizioni di età preesistente al danno, ma
potrebbe essere di 5–15 anni se viene applicata
la definizione indicata sopra nel testo.
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Combinati, i fattori topografici, antropici ed ecologici rendono molto complesso il
problema degli sversamenti di petrolio in ambienti di acqua dolce come, ad
esempio, quelli dei Grandi Laghi Africani (aree interessanti per l’esplorazione
petrolifera). Gli elementi che richiedono attenzione sono:
I GRANDI LAGHI AFRICANI:
UN ESEMPIO DI AREA
INTERNA VULNERABILE
Scenario ipotetico di uno sversamento di 30 000 t di petrolio nel Lago Tanganica
nel periodo dei venti meridionali (giugno–agosto).
300km
dopo un giorno
dopo 10 giorni
dopo 20 giorni
sversamento
Nord
A destra: Scenario ipotetico degli effetti di uno
sversamento di 30 000 t di petrolio sul Lago
Tanganica, nel corso di un periodo di 20 giorni
durante il periodo dei venti meridionali
(giugno—agosto).
Sotto: I Grandi Laghi Africani ospitano
numerose comunità e specie biologiche uniche.
G i laghi possiedono una minore possibilità di dispersione
naturale e diluizione del petrolio rispetto al mare aperto;
G numerose comunità di quelle zone dipendono
direttamente dai laghi per il rifornimento di acqua e dalla
pesca per la loro sussistenza;
G laghi come il Tanganica ed il Malawi sono antichi e vi si
sono sviluppate comunità biologiche uniche; vi sono
centinaia di specie di pesci e di altri organismi che non si
trovano in alcuna altra parte del mondo.
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Ringraziamenti
Il lavoro effettuato su progetti di sviluppo petrolifero in molte parti del mondo ha
costituito un inestimabile bagaglio di conoscenze, in parte utilizzate in questo
documento, e vorrei ringraziare tutte le società che lo hanno reso possibile. In
particolare, un recente lavoro, svolto per la Exxon da R. B. Clark, P. F. Kingston e
R. H. Jenkins, ha fornito specifico materiale per questo documento. Sono
riconoscente verso questi colleghi per le numerose e produttive discussioni. M.
Wilson e J. H. Oldham hanno contribuito in maniera inestimabile a vari progetti su
ambienti paludosi. Conoscenze sui Grandi Laghi Africani sono state acquisite
attraverso un progetto intrapreso con la International Association of Theoretical
and Applied Limnology; quelle sulle mangrovie sono state acquisite attraverso il
lavoro svolto con H. J. Teas. Il diagramma sulla catena trofica a pagina 5 è basato
su informazioni fornite da J. Green in The Biology of Estuarine Animals (Sidgwick &
Jackson, Londra, 1968).
Letture consigliate
Baker, J. M., Clark R. B., Kingston, P. F. and Jenkins, R.H. (1990). Natural
Recovery of Cold Water Marine Environments after an Oil Spill. Relazione
presentata al 13
o
Seminario AMOP, Edmonton, giugno 1990, 111 pp. Può essere
richiesto all’Institute of Offshore Engineering, Heriot-Watt University,
Edimburgo EH14 4AS, Scozia.
Clark, R. B. (1989). Marine Pollution (seconda edizione). Oxford Science
Publications. 220 pp.
RINGRAZIAMENTI E
LETTURE CONSIGLIATE
Page 18
Page 19
The International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
(IPIECA) is comprised of oil and gas companies and associations from around the world.
Founded in 1974 following the establishment of the United Nations Environment
Programme (UNEP), IPIECA provides the oil and gas industry’s principal channel of
communication with the United Nations. IPIECA is the single global association
representing the industry on key environmental issues including oil spill preparedness
and response, global climate change, operational issues and biodiversity.
Through a Strategic Issues Assessment Forum, IPIECA also helps its members
identify new global environmental issues and evaluates their potential impact on the
oil and gas industry. IPIECA’s programme takes full account of international
developments in these global issues, serving as a forum for discussion and cooperation
involving industry and international organizations.
Company Members
Amerada Hess
BHP Billiton
Bitor
BP
BG Group
ChevronTexaco
Conoco
ENI
ExxonMobil
Kuwait Petroleum Corporation
Maersk Olie og Gas
Marathon Oil
Metasource Pty Ltd (WOODSIDE)
Nexen
Pertamina
Petroleum Development of Oman
Petronas
Saudi Aramco
Shell
Statoil
TotalFinaElf
Unocal
Association Members
American Petroleum Institute (API)
Australian Institute of Petroleum (AIP)
Canadian Association of Petroleum
Producers (CAPP)
Canadian Petroleum Products Institute
(CPPI)
CONCAWE
European Petroleum Industry Association
(EUROPIA)
Institut Français du Pétrole (IFP)
International Association of Oil & Gas
Producers (OGP)
Oil Companies International Marine Forum
(OCIMF)
Petroleum Association of Japan (PAJ)
Regional Association of Oil and Natural
Gas Companies in Latin America
and the Caribbean (ARPEL)
Regional Clean Sea Organisation (RECSO)
South African Oil Industry Environment
Committee (SAOIEC)
Page 20
IPIECA
International Petroleum Industry Environmental Conservation Association
2nd Floor, Monmouth House, 87–93 Westbourne Grove, London W2 4UL
Telefono: +44 (0)20 7221 2026 Facsimile: +44 (0)20 7229 4948
Etichette: bush, inquinamento, offshore, petrolio

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