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domenica, dicembre 03, 2006

UN APPELLO PER LA MUSICA E LA CULTURA IN RAI

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di ARTICOLO 21



Un anno è passato dall’ultimo appello alla Rai per la musica e per la cultura, praticamente senza risultati avvertibili. A questo punto Vittorio Emiliani e Articolo 21 rilanciano questi temi con alcune precise denunce e proposte concrete che sottopongono al vostro vaglio e interesse. Con qualche speranza.
Chi si augurava che Rai mantenesse alcune promesse o rassicurazioni in merito al “tono” culturale dei propri programmi cominciando così a rispettare gli impegni assunti verso gli utenti che pagano il canone, è rimasto, per ora, deluso, amaramente deluso.

Unico segno di cambiamento “culturale”? L’esecuzione in orario ottimo, nel pomeriggio di domenica 9 luglio, all’interno del Tg2 Dossier, di un’ampia composizione sacra del generale dei carabinieri Pappalardo - ignoto ai musicofili, e invece apprezzatissimo in Vaticano e dal direttore di Raidue, Antonio Marano - per i cinquecento anni della Basilica di S. Pietro.
A Viale Mazzini 14 sono giunte e continuano a giungere lettere su lettere di protesta per la palese emarginazione dei già rari programmi culturali, senza che esse scalfiscano una ormai collaudata inossidabilità. Del resto, la sinistra per prima, ai tempi di Angelo Guglielmi e seguaci, teorizzò che la Tv pubblica non doveva essere “culturale”, ma semmai “colta”. Nemmeno la seconda versione l’abbiamo granché vista. La prima, ben lo sappiamo, è sparita.
Parlerò della Musica, ad esempio, nei suoi più diversi generi, dal gregoriano al jazz, allo stesso rock. Per dire che essa vive in Rai (generale Pappalardo a parte) una delle sue peggiori stagioni. Poco meno di un anno fa rivolgemmo un appello al CdA dell’azienda, appello sottoscritto da decine e decine di esponenti del mondo della musica, dalla A del violinista e direttore Accardo alla V del musicista Vlad. Risposero, volonterosamente, soltanto tre consiglieri su nove: Malgieri, Rizzo Nervo e Rognoni. Dagli altri come dal presidente Petruccioli, solo silenzio. Tombale o catacombale. Dopo, non è successo praticamente nulla. Ora che ci sono un direttore generale, Claudio Cappon, e un vice-direttore generale, Giancarlo Leone, competenti, qualcosa deve pur succedere.
Ad un anno di distanza, infatti, la situazione è peggiorata. I concerti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale di Torino e di altri complessi sono confinati a notte sempre più fonda, verso l’1,20’-‘30. Roba da piangere se si pensa che quella è la sola orchestra sinfonica della radiotelevisione pubblica italiana (contro le 6 tedesche e britanniche) e che la Rai ricava dal pur basso ed evaso canone circa 1,4 miliardi di euro. Possibile che non si possa trovare un orario meno offensivo di questo? Stessa sorte ha subito la divertente e colta rubrica di Rosaria Bronzetti, “Prima della prima”, sbattuta anch’essa all’1,30’ circa. Nonostante le centinaia di messaggi di protesta e di solidarietà giuntile da tutto il mondo. Due soli spazi, dunque, per la grande musica, due spazi per insonni. Una vergogna, una vera e propria inciviltà. Ovviamente il Concorso Maria Callas, ripreso nel 2000 dalla Rai con grande successo, è da sei anni nel dimenticatoio più totale. Così come la splendida iniziativa di Renato Parancandolo (Rai Educational), “Verdincanto” che educò al canto corale diecimila ragazzi poi portati al Palasport di Roma a cantare, tutti insieme, Purcell, Mozart e Verdi. In compenso vanno forte le Isole dei famosi, le Music Farm, le Domeniche In dei Malgioglio e dei Pappalardo-Zequila, e via sprofondando e raspando nel trash del trash (di Stato).
Vergogna e inciviltà che non vanno mai sole. L’Orchestra Sinfonica Nazionale di Torino rischia molto a causa di questa palese emarginazione. Il suo direttore artistico, Daniele Spini, mi risulta in scadenza di contratto. Come pure il direttore musicale, l’autorevole Frhuebeck de Burgos. Si avanzano ipotesi di trasformarla in una Fondazione sostanzialmente torinese che toglierebbe alla Rai anche il fastidio di un’ultima orchestra sinfonica delle quattro che aveva prima del 1993. Con quel barbaro provvedimento il Sud venne infatti privato della sola orchestra sinfonica stabile, la Scarlatti di Napoli.
Se passiamo alla prosa, l’orizzonte non si rischiara. La vecchia rubrica “Palcoscenico” raccoglieva il suo bel milione di telespettatori quando andava alle 22,30’-23, traslocata oltre la mezzanotte ne prende la metà, nonostante gli apprezzabili tentativi di rinnovamento operati da Giovanna Milella all’interno di una rete, Raidue, ridotta a maceria dalla Lega Nord. Le Lezioni di storia del teatro di Albertazzi e Fo risultano interrotte al ‘600-‘700, la Trilogia mozartiana non sta avendo alcuna promozione specifica,e così via. Aldo Grasso e altri critici hanno duramente criticato questo disprezzo del servizio pubblico, ma non si muove foglia.
Rivolgiamo allora, tutti insieme, un forte, adirato appello al vice-premier e ministro della Cultura, Francesco Rutelli, al ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, al CdA della Rai, alla sua direzione e vice-direzione generale affinché queste e altre vergogne cessino e si diano alla cultura, all’informazione alta, ai libri, alla musica, al teatro, al dibattito culturale spazi adeguati in orari civili. Il berlusconismo ha prodotto grandi devastazioni pure in Rai, ma sarebbe ora di cominciare a darci un taglio: nei programmi, anzitutto. Giorni fa Roberto Zaccaria mi parlava di una bella idea: finanziare col canone tutta una rete e alcuni canali tematici gratuiti, in prevalenza culturali. E’, fra tante aspirazioni confuse e ambizioni sbagliate, una idea forte e concreta da approfondire e da lanciare.

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